La verità su Renzi
Alberto Burgio, 12.07.2015, “Il Manifesto”
Sinistra. Per il premier «sinistra» è solo uno schermo utile a competere con la destra razzista
Due fatti in questa settimana colpiscono per la loro contraddittoria rilevanza. Il referendum greco ha tracciato in Europa confini politici più che mai netti, che aiutano a orientarsi in una situazione non semplice né favorevole. Nel frattempo in Italia la rivoluzione reazionaria di Renzi imperversa e corona la propria azione inquinante con l’approvazione di una legge nefasta contro la scuola pubblica. A dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il nostro paese resta prigioniero di una possente spinta regressiva.
Sullo
sfondo del conflitto tra la Grecia e le «istituzioni» il continente
si è diviso. Chi ha gioito ha letto nella vittoria del No la testimonianza
della dignità e del coraggio consapevole di un popolo capace di resistere
al terrorismo internazionale della troika. Chi ha maledetto nel referendum
una forzatura e una mossa populistica ha poi schizzato fiele per la
bruciante sconfitta, giurando che quei sudici fannulloni non la passeranno
liscia. Ma se si va a guardare chi si è collocato da una parte
o dall’altra, ci si accorge subito che non si può più straparlare di
destra e di sinistra utilizzando pigramente le cartografie tradizionali.
Lo show down coraggiosamente imposto dalla leadership greca richiede
urgenti aggiornamenti delle mappe, soprattutto per quanto riguarda la sinistra,
sedicente o reale.
I continui tentennamenti del presidente francese, succube
dell’egemonia tedesca, e l’indecente performance del presidente del
parlamento europeo in trasferta ad Atene dimostrano che l’eclisse della
socialdemocrazia è in tutta Europa il tratto cruciale di questa fase
storica e un architrave costitutivo dell’eurocrazia. Venti, trent’anni
di neoliberismo hanno stravolto in profondità le culture politiche
e l’identità delle organizzazioni e dei ceti politici. Quella che
sino agli anni Ottanta fu la sinistra socialista, rappresentante dei movimenti
operai e democratici, ha interiorizzato le ragioni di una modernità
arcaica, incentrata sulla primazia del mercato e del capitale transnazionale.
Oggi siamo, complici le rovinose conseguenze del monetarismo
e dell’architettura comunitaria, allo smascheramento delle ipocrisie.
Quella sinistra si arma contro il lavoro, contro i diseredati, contro
i subalterni. E va alla guerra – una guerra di sterminio – dirigendo
in prima linea le operazioni sul campo.
In Italia, laboratorio politico del trasformismo, il dislocarsi della
«sinistra di governo» non è certo meno visibile e concreto che
altrove. Che cosa intendiamo di norma parlando di sinistra? Ci riferiamo
alle battaglie per la giustizia sociale e l’eguaglianza; per la tutela
del lavoro dipendente e dei diritti sociali. Torniamo alle lotte per la
democrazia integrale, concepita come autodeterminazione della collettività.
Quindi all’antifascismo. Pensiamo alla pace e a un’idea di progresso
come sicurezza sociale e crescente riconoscimento dei diritti. Confrontata
con questi temi, la storia politica italiana degli ultimi vent’anni non
lascia margini al dubbio. La sinistra si è via via dileguata.
O ha cambiato residenza, abbandonando le dimore tradizionali delle
quali veniva espropriata dalla prepotente egemonia neoliberale. Oggi
siamo al dunque. Non c’è evidenza che offuschi il quadro, e chi resista
a riconoscere la realtà non può credibilmente rivendicare alibi.
Al netto delle menzogne populiste, Renzi ha praticato politiche di pura
austerity aumentando la pressione fiscale sul lavoro e sul ceto medio
e riducendo sistematicamente le prestazioni del welfare. Ha brutalmente
attaccato le residue tutele del lavoro e il sindacato. Ha imposto,
con l’aiuto dell’amico Verdini, un’odiosa controriforma autoritaria
e privatistica della scuola e adesso lavora per distruggere il
sistema nazionale dell’università pubblica. Ha varato una legge elettorale
liberticida, peggiore del porcellum, nella speranza di consacrare la
propria dominazione personale. E sta per manomettere definitivamente
la struttura costituzionale della democrazia rappresentativa accrescendo
a dismisura il potere delle oligarchie e delle cricche politiche.
Nulla di quanto Renzi fa o dice (anche in Europa, dove si è candidato
a mazziere dei poteri forti) può essere ricondotto a un’idea di
sinistra che conservi un’ombra di significato. Nel suo schema operativo
«sinistra» è soltanto uno schermo propagandistico utile a competere,
sulla base di piattaforme comuni, con la destra tradizionale razzista
e camorrista. Questa verità va finalmente detta con forza e senza
perifrasi. Va detta, prima che sia troppo tardi, all’elettorato del Pd.
E va ripetuta con ostinazione all’opposizione interna di quel partito,
la cui timidezza – o pavidità – ha sin qui permesso al governo di
restare in sella e impedito che nuove energie si liberassero in questo
paese, ultimo e unico tra i fondatori dell’Unione europea
a rimanere immobile nella palude di una politica senza alternativa.
Resta, si dirà, proprio questo problema. Non c’è, al momento, un’alternativa
praticabile. Non c’è in Italia Syriza né Podemos; non c’è la Linke né
tanto meno un partito comunista credibile. C’è invece un M5S costituito
nell’ambiguità, ricettacolo e catalizzatore di un senso comune innervato
dal pregiudizio qualunquista, ed è evidente che si tratta delle due
facce di una stessa medaglia. Ma il fatto di aggirarsi in un maledetto circolo
vizioso non costituisce un alibi per la rassegnazione. Muovere queste
acque stagnanti prima che si trasformino in sabbie mobili è necessario
e urgente. Bisogna tentare, con onestà e spregiudicatezza, di
liberare e riunire le energie disperse e di riconquistare la
fiducia dell’enorme giacimento dell’astensionismo. Per questo occorre
costruire nuovi riferimenti, liberi dall’ipoteca di questi anni bui.
È un’impresa difficile, disperata, ma non impossibile. Anche il
barone di Münchhausen rischiò di sprofondare nel fango ma riuscì
a salvarsi afferrandosi per il codino.